Bambini con DSA e compiti a casa: 7 strategie per la calma

Sono le quattro del pomeriggio.

Lo zaino è ancora in corridoio, il quaderno è aperto alla pagina sbagliata e tuo figlio dice che quei compiti non li farà mai.

Se hai un bambino o un ragazzo con DSA, la scena potrebbe esserti familiare.

Prima di parlare di strategie ci sono due cose da sapere:

  1. La fatica è reale! Leggere, scrivere o calcolare costa di più a chi ha un DSA, e a fine giornata l’energia è già finita. Se a metà pomeriggio arrivano lacrime, nervosismo o rifiuto, quasi sempre sono il segno di un carico troppo grande e non di svogliatezza.
  2. I compiti a casa non sono utili in automatico. La sintesi di ricerche più citata sul tema (Cooper, Robinson e Patall, 2006) trova un legame trascurabile tra compiti e rendimento alle elementari, debole alle medie e più netto alle superiori. Gli studi sono in gran parte correlazionali e non riguardano in modo specifico i ragazzi con DSA, ma il messaggio è chiaro, più tempo al tavolo non vuol dire per forza più apprendimento.

Se ogni pomeriggio si trasforma in una battaglia, conviene cambiare qualcosa nel modo di lavorare prima ancora che nella quantità.

Propongo sette strategie che NON sono un’indicazione rigida, ma spunti da sperimentare insieme a vostro figlio/figlia.

1. Il setting di studio: togliere il sovraccarico

Un rumore in cucina, il telefono acceso, i giochi in vista, un tavolo pieno di cose. Ogni stimolo in più toglie attenzione a un compito che ne richiede già tanta. Prepara uno spazio semplice e, se puoi, sempre lo stesso. Sul tavolo restano solo quaderno e libro della materia in corso, il telefono va in un’altra stanza e la luce deve essere comoda per leggere e scrivere.

Aiuta anche avere un momento fisso della giornata, quando si sa già che i compiti iniziano dopo un breve riposo, non c’è bisogno di trattare ogni giorno sull’orario e l’abitudine si costruisce più in fretta.

2. I colori per ricordare i passaggi

Ricordare come si fa una cosa, in che ordine, con quali passaggi, pesa molto sulla memoria di lavoro, che nei DSA può essere fragile. Un aiuto semplice è portare fuori dalla testa l’informazione e darle un colore.

Ad esempio nell’analisi grammaticale il soggetto può essere sempre blu e il verbo sempre rosso. Nei problemi di matematica si possono sottolineare in blu i dati, in rosso la domanda e in verde l’operazione da fare. In storia ogni periodo può avere il suo colore, sia sulla mappa sia sulla linea del tempo. E se ogni materia ha un colore suo, quaderno, copertina e diario si ritrovano in un attimo.

Il colore funziona da segnale: dice dove guardare e che cosa viene dopo. Una meta-analisi su 29 esperimenti sull’uso di segnali visivi (colori, frecce, evidenziazioni) nei materiali di studio mostra in media un vantaggio piccolo-medio, che dipende però da come i segnali sono usati e che non è stato misurato in modo specifico sui DSA. Servono pochi colori, sempre con lo stesso significato. Lascia che gli abbinamenti li scelga tuo figlio/figlia, se le regole sono sue le userà di più che se gli arrivano già pronte.

Occhio a non esagerare perché con troppi colori e troppe immagini la pagina diventa confusa e l’aiuto si trasforma in un ostacolo.

3. Il feedback positivo: dì cosa ha fatto bene, in concreto

Chi ha un DSA è abituato a ricevere molte correzioni. Molti arrivano a credere di non essere capaci, anche quando lo sono. Quando gli errori si accumulano senza che nessuno noti anche i passi avanti, la fiducia cala, e quando cala la fiducia diventa difficile mettersi al lavoro.

“Bravo” da solo dice poco, funziona meglio descrivere quello che hai visto: “Hai iniziato senza che te lo chiedessi”, “Hai riletto la consegna prima di scrivere”, “Ti sei fermato quando eri stanco e poi sei ripartito”. Così è più chiaro capire quali sono i comportamenti da ripetere.

C’è poi una domanda da farti come genitore. Invece di chiederti se tuo figlio sta studiando “nel modo giusto”, guarda cosa succede nell’arco della settimana. Gli riesce qualcosa che prima non faceva? È più tranquillo davanti al foglio? Se sì, il metodo che usa gli serve, anche se comprende la sintesi vocale, la calcolatrice o le mappe. Quando correggi, scegli un errore alla volta, una pagina piena di segni rossi scoraggia e non insegna!

4. Sessioni brevi e pause vere

Quando tuo figlio dice “non ce la faccio più”, conviene prenderlo sul serio, ci si ferma e si guarda insieme a che punto è arrivato, invece di chiedergli di stringere i denti.

Quando la stanchezza è troppa gli errori aumentano e lo studio finisce per essere legato a una sensazione spiacevole. Una pausa decisa insieme, anche lunga se serve, rende più di un altro quarto d’ora di insistenza.

Meglio lavorare a blocchi brevi, decisi insieme, con pause in mezzo. Osserva dopo quanto cala l’attenzione e fermalo poco prima. Così anticiperai l’effetto “Non ne posso piùùùùùù!”.

Scrivi i compiti del giorno in una lista, uno per riga, e lascia che sia lui a spuntarli. Vedere la lista accorciarsi dà una soddisfazione concreta. Ci sono periodi in cui conviene concedersi anche un pomeriggio senza compiti. Uscire, giocare, cenare tutti insieme aiuta a ricaricare le energie e a tenere lo studio dentro una vita che ha anche altro.

5. Gli strumenti compensativi, anche a casa

Sintesi vocale, libri di testo in formato digitale, mappe, tabelle, calcolatrice: non sono scorciatoie! La Legge 170/2010 e le Linee guida ministeriali del 2011 (D.M. 5669/2011) li riconoscono come strumenti compensativi, si concordano con la scuola nel PDP e ha senso usarli anche a casa.

Le Linee guida spiegano bene l’idea, la sintesi vocale, per esempio, “trasforma un compito di lettura in un compito di ascolto”. Il contenuto resta lo stesso, cambia il modo di arrivarci.

Da dove partire? Dalla sintesi vocale, molti computer, tablet e telefoni ce l’hanno già tra le impostazioni di accessibilità, senza bisogno di installare nulla. Poi c’è la calcolatrice, che le Linee guida indicano fra gli strumenti che facilitano le operazioni di calcolo. Ricordare i risultati a memoria non è la matematica, e per chi ha discalculia costa una fatica che potrebbe andare al ragionamento.

Anche l’intelligenza artificiale può dare una mano, ad esempio per far rispiegare un argomento in un altro modo o per avere un parere su un riassunto già scritto da lui. Deve invece restare fuori dai compiti che dovrebbe svolgere lui, come il tema o il problema. Meglio decidere le regole d’uso insieme ai docenti e scriverle nel PDP.

Uno strumento va imparato prima di poterlo usare bene. Conviene quindi esercitarsi quando non c’è fretta né una scadenza.

6. Accompagna, senza fare al posto suo

Sta qui la parte più difficile per un genitore. Quando tuo figlio si blocca, viene naturale sedersi accanto, seguire ogni riga, correggere subito, magari suggerire la risposta. Le Linee guida ministeriali assegnano alla famiglia un ruolo preciso: sostenere la motivazione e l’impegno nel lavoro scolastico e domestico, verificare regolarmente lo svolgimento dei compiti e incoraggiare un grado sempre maggiore di autonomia nella gestione dei tempi di studio. Verificare che i compiti siano stati fatti è diverso dal farli insieme passo per passo o al posto suo.

Se il genitore suggerisce le risposte, l’insegnante vede un lavoro che non dice quanto tuo figlio sa davvero fare, e imposta le lezioni successive su quel dato. Un compito rimasto a metà perché troppo difficile racconta invece la situazione com’è, ed è un’informazione utile per la scuola.

Prima di aiutare, prova a chiedere: “Cosa ti chiede l’esercizio?”, “Cosa hai già provato?”, “Da dove potresti partire?”. Puoi provare, per qualche giorno, a preparare lo spazio e poi a startene nella stanza accanto, pronto a rispondere se ti chiama. Alla fine guarda insieme a lui com’è andata.

7. Il carico dei compiti e il dialogo con la scuola

Se i pomeriggi sono sempre pesanti, prima di pensare che tuo figlio si impegni poco controlla quanto lavoro gli viene chiesto. Per qualche giorno segna quanto tempo passa davvero sui compiti e in quali materie si blocca. Non serve dirglielo e non serve un dato perfetto, ma un quadro realistico.

Con questi appunti puoi confrontarti con gli insegnanti in modo concreto. Le Linee guida prevedono incontri periodici tra scuola e famiglia, con cadenza mensile o bimestrale, e il PDP è il documento in cui si mettono per iscritto le misure concordate, è lì che si può chiedere di rivedere il carico, oltre a verificare che quanto previsto venga applicato.

Un messaggio breve e basato sui fatti, per esempio sul registro elettronico, funziona meglio di una protesta: “Questa settimana ha dedicato circa due ore al giorno ai compiti di storia e spesso non è riuscito a finirli. Vorrei capire con voi come alleggerire il carico.”

Se tuo figlio segue anche un percorso di potenziamento indicato da un clinico, conviene parlarne con la scuola e con il professionista per decidere insieme come dividere il tempo tra esercizi e compiti.

Cosa non fare

Ci sono alcune abitudini da evitare, anche se vengono d’istinto: paragonare tuo figlio a compagni o fratelli, cosa che quasi mai motiva e spesso ferisce; allungare i compiti fino a farli diventare una maratona; togliere spazio alla vita di famiglia per recuperare lo studio. Se ti accorgi di farlo spesso, non sei un cattivo genitore: è probabile che il carico sia troppo alto e vada rivisto insieme alla scuola, invece di essere compensato a casa con più sforzo.

Il pomeriggio ideale non è quello in cui tutto va perfettamente. È quello in cui tuo figlio finisce la giornata sapendo di aver fatto qualcosa di suo, e tu non hai dovuto combattere per ottenerlo.

Bibliografia

  • Associazione Italiana Dislessia, I compiti a casa: una piccola guida per le famiglie che vivono i DSA (Guida Rapida, 2026)
  • Associazione Italiana Dislessia, Comitato Scuola, Mappe e altri mediatori didattici per studenti con DSA. Guida metodologica (2026)
  • Legge 170/2010 e Linee guida MIUR, D.M. 5669 del 12 luglio 2011
  • Disturbi Specifici dell’Apprendimento – Ministero dell’Istruzione
  • Cooper H., Robinson J. C., Patall E. A. (2006), Does Homework Improve Academic Achievement? A Synthesis of Research, 1987–2003, Review of Educational Research
  • Meta-analisi sul signaling principle nell’apprendimento multimediale, Educational Technology Research and Development